Credo nelle case che raccontano chi siamo.
Alcuni progetti iniziano con un incarico. Altri esistono ancora prima di essere immaginati.
Prima ancora di quella casa c’erano loro.
Elena, con i suoi libri, le piante, le cartoline e i ricordi di viaggio che trovavano sempre un posto.
Alessandro, con il suo gusto essenziale e quel sogno, mai nascosto, di vivere un giorno in un loft dall’anima industriale.
Due modi diversi di abitare gli spazi, uniti dallo stesso desiderio: costruire una casa che li rappresentasse davvero.
Non ricordo il momento in cui mi hanno affidato questo progetto. Forse perché quel momento non c’è mai stato.
Era un sogno che condividevamo già da tempo. Io non sono entrata dopo. In qualche modo, c’ero già.


Per due anni quella casa ha fatto parte anche della mia quotidianità. Cantiere dopo cantiere, scelta dopo scelta, vedevo prendere forma qualcosa che all’inizio esisteva soltanto sulla carta.
Gli arredi principali sono stati realizzati da artigiani utilizzando legno recuperato. Non proveniente da alberi abbattuti, ma da tronchi che la natura aveva già lasciato cadere, recuperati nelle paludi veneziane e trasformati in qualcosa di nuovo.
Ho sempre pensato che il legno custodisse una memoria. Sapere che quegli alberi avevano già vissuto una vita prima di entrare in questa casa ha reso questa scelta ancora più significativa.
Anche le pietre lasciate a vista raccontavano qualcosa. Erano già lì, custodendo il lavoro di chi, secoli prima, aveva costruito quel luogo pietra dopo pietra. Ho voluto valorizzarle con un angolo dedicato alla lettura, perché mi piaceva l’idea che una storia potesse essere letta accanto a un’altra.
Un punto di luce pensato per accompagnare il silenzio di una sera e il tempo lento di una lettura.
L’ispirazione allo stile japandi non è stato un punto di partenza, ma il risultato di un percorso condiviso con i proprietari, persone che conoscevo già e con cui avevo costruito, nel tempo, un rapporto di profonda fiducia. Insieme abbiamo cercato un minimalismo capace di conservare calore, materia e autenticità.


La scala occupava il punto più delicato della casa: l’ingresso.
Ho passato giorni a chiedermi se dovesse scomparire o diventare protagonista.
Alla fine ho capito che non doveva fare né l’una né l’altra cosa. Doveva semplicemente trovare il suo posto.
Da quella intuizione è nata una soluzione che univa il capitolato a un intervento su misura: una struttura essenziale in ferro color terracotta, capace di alleggerire la presenza della scala e, allo stesso tempo, trasformarla in uno degli elementi più caratterizzanti della casa.
La luce è diventata il filo invisibile che ha unito ogni elemento.
Più che illuminare, aveva il compito di avvicinare il soffitto alla vita quotidiana. È stato così che quella che inizialmente sembrava una cattedrale ha trovato il suo equilibrio.
Alla fine non abbiamo semplicemente arredato una casa. Abbiamo trovato il modo di far dialogare la sua imponenza con la quotidianità di una famiglia. Alla fine non abbiamo semplicemente arredato una casa. Abbiamo trovato il modo di far dialogare la sua imponenza con la quotidianità di una famiglia.
Ed è lì che quello spazio ha smesso di essere soltanto bello ed è divantato casa.
Questa casa mi ha insegnato che non sempre serve aggiungere qualcosa per trasformare uno spazio. A volte basta imparare ad ascoltarlo. Quando ho smesso di cercare soluzioni e ho iniziato a seguire ciò che l’architettura aveva già da raccontare, tutto ha trovato il proprio equilibrio.
E forse è proprio questo che amo del mio lavoro: ogni casa, se la ascolti davvero, sa già indicarti la strada.